Cassazione Civile, Sez. II, 29.04.2009 n 10036: L'impugnazione del regolamento condominiale che prevede limitazioni alle proprietà individuali deve essere proposta contro tutti i condomini

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Categoria Impugnazione

Per contestare una delibera di assemblea condominiale con la quale era stato approvato un regolamento condominiale che prevedeva, tra l'altro, restrizioni della destinazione d'uso delle porzioni immobiliari di proprieta' esclusiva di singoli condomini, questi ultimi debbono agire nei confronti degli altri condomini e non del condominio, vale a dire del suo amministratore, il quale e' privo di legittimazione passiva ai sensi dell'art. 1131 c.c., comma 2, in quanto la lite non riguarda "le parti comuni dell'edificio".

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso depositato il 24 settembre 2001, i sigg. G.L., Mi.Gi.,   M.G. e M.A., comproprietari di un locale al piano terra dello stabile al n. ..., impugnarono davanti al Tribunale di Chiavari la delibera, assunta dall'assemblea condominiale il precedente 25 agosto, con cui era stato approvato un regolamento condominiale che prevedeva, tra l'altro, restrizioni della destinazione d'uso delle porzioni immobiliari di proprieta' esclusiva.
Il contraddittorio fu instaurato nei confronti sia del condominio che dei singoli condomini; soltanto il primo, pero', si costitui' in giudizio, resistendo all'impugnazione.
Il Tribunale dichiaro' cessata la materia del contendere per essere sopravvenuta nel frattempo - il 16 dicembre 2001 - nuova delibera assembleare che escludeva le restrizioni oggetto di impugnativa, e condanno' il condominio alle spese processuali, osservando che la delibera impugnata era sicuramente illegittima e stigmatizzando il contegno arbitrario dell'amministratore che non aveva ottemperato alla richiesta di copia della delibera del 25 agosto reiteratamente rivoltagli dai ricorrenti.
Il condominio propose appello, sostenendo che l'impugnazione degli attori era inammissibile ab origine, dato che il regolamento condominiale non era stato affatto approvato il 25 agosto 2001, ma soltanto il successivo 16 dicembre e senza la previsione della lamentata restrizione di destinazione d'uso.
Resistettero gli originari attori e la Corte di Genova, con sentenza del 19 ottobre 2004, in accoglimento del gravame, dichiaro' inammissibile l'impugnazione della delibera assembleare e li condanno' ai tre quarti delle spese del doppio grado di giudizio, compensando il restante quarto.
Nella sentenza i giudici di appello osservano che il 25 agosto 2001 l'assemblea condominiale non approvo' il regolamento, ma semplicemente delibero' di non espungere la censurata previsione restrittiva dalla bozza di esso, che tale - ossia mera bozza - rimase sino all'approvazione vera e propria avvenuta il 16 dicembre.
Pertanto, la delibera del 25 agosto non era impugnabile, essendo priva del requisito della definitivita'; onde aveva errato il Tribunale nel dichiarare cessata la materia del contendere laddove, invece, andava dichiarata l'inammissibilita' dell'impugnazione.
Il Tribunale aveva errato, altresi', nel regolare le spese processuali, perche' il condominio - anche volendo accettare la tesi della cessazione della materia, del contendere - era da considerare potenzialmente vittorioso", in quanto l'asserito ritardo dell'amministratore nel rilasciare copia del verbale era irrilevante, posto che i richiedenti, essendo stati presenti all'assemblea per mezzo di un loro delegato, dovevano conoscere il contenuto delle sue deliberazioni e sapere, dunque, che il regolamento era ancora allo stato di bozza; inoltre, data l'evidente nullita' assoluta di una clausola regolamentare che imponga restrizioni all'uso delle porzioni di proprieta' esclusiva dei condomini, non vi era urgenza di disporre della copia delle delibera, la cui impugnazione non era soggetta al termine decadenziale di trenta giorni di cui all'art. 1137 c.c..  
Avverso tale sentenza ricorrono i sigg. G.L., M.G., M.A., Mi.An. e L.B. - gli ultimi due quali eredi del sig. Mi.Gi. - per cinque motivi. Il condominio intimato non svolge difese in questa sede.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. - Con il primo motivo di ricorso si denuncia la nullita' della sentenza e del procedimento di secondo grado per omessa integrazione del contraddittorio nei confronti di tutti i condomini, litisconsorti necessari avendo la causa ad oggetto la limitazione dei diritti esclusivi di taluno dei partecipanti al condominio.
2. - Con il secondo motivo, denunciando violazione dell'art. 1136 c.c., u.c., si deduce che, "nella formulazione del proprio giudizio in merito alla soccombenza virtuale", la Corte di appello ha considerato irrilevante il mancato rilascio, da parte dell'amministratore, di copia della delibera assembleare del 25 agosto 2001 in quanto i condomini impugnanti erano a conoscenza della stessa essendo stati presenti all'assemblea per mezzo di un loro delegato.
Si contesta che la presenza all'assemblea privi il condomino del diritto a ricevere copia del relativo verbale al fine di valutare le iniziative da assumere.
3. - Con il terzo motivo, denunciando violazione degli artt. 1375 e 1710 c.c., nonche' vizio di motivazione, si deduce - sempre censurando la statuizione di irrilevanza dell'omesso rilascio di copia del verbale - che e' obbligo dell'amministratore agire secondo diligenza e buona fede nei confronti dei condomini, e che la sentenza impugnata non motiva su tale punto.
4. - Con il quarto motivo, denunciando vizio di motivazione ancora a proposito del convincimento della Corte di appello "in merito alla soccombenza virtuale", si lamenta che i giudici abbiano, al fine di sostenere la colpa degli impugnanti nella valutazione circa la definitivita' o meno della delibera del 25 agosto, fatto leva proprio sul contenuto del relativo verbale, che pacificamente i ricorrenti non avevano potuto leggere in tempo utile.
5. - Con il quinto motivo, denunciando violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., e del principio di causalita', si deduce che le spese processuali avrebbero dovuto essere poste a totale carico del condominio, il quale aveva assunto, il 25 agosto, una delibera illegittima, che si era rifiutato di trasmetter loro tempestivamente e cui aveva posto rimedio, con la successiva delibera del 16 dicembre, solo dopo la notifica dell'impugnazione, e aveva deliberato di resistere in giudizio dopo la revoca della prima delibera e dunque dopo la cessazione della materia del contendere.
6. - Il primo motivo e' infondato.
E' senz'altro vero che per contestare una delibera di assemblea condominiale che stabilisca limitazioni per l'uso delle porzioni di proprieta' esclusiva di singoli condomini, questi ultimi debbono agire nei confronti degli altri condomini e non del condominio, vale a dire del suo amministratore, il quale e' privo di legittimazione passiva ai sensi dell'art. 1131 c.c., comma 2, in quanto la lite non riguarda "le parti comuni dell'edificio".
Nella specie, pero', il giudizio di appello non aveva piu' ad oggetto la domanda di annullamento della delibera assembleare del 25 agosto 2001, e dunque non vi era ragione di convenire i soggetti passivamente legittimati rispetto ad essa.
Il Tribunale, infatti, aveva statuito che non poteva decidersi sul merito della domanda di annullamento per la sussistenza di un impedimento processuale (la declaratoria di cessazione della materia del contendere si sostanzia, appunto, nel riconoscimento del sopravvenire di un siffatto impedimento), e su tale statuizione non vi era piu' discussione in grado di appello.
Davanti alla Corte territoriale si discuteva soltanto se si trattasse di un impedimento sopravvenuto (come statuito dal Tribunale) od originario (come sostenuto, invece, dall'appellante in considerazione della inammissibilita' ab origine dell'impugnativa in quanto non avente ad oggetto una deliberazione definitiva), ma nessuna delle parti pretendeva riesaminarsi nel merito la questione della validita' della delibera; nessuna delle parti, in altri termini, chiedeva piu' che si decidesse sul rapporto tra i condomini (se, cioe', la maggioranza di essi avesse il diritto di restringere, con propria deliberazione, i diritti di uso degli altri sulle porzioni di loro proprieta' esclusiva) originariamente dedotto in giudizio e sul quale si innesta, come si e' sopra chiarito, la legittimazione passiva dei condomini stessi.
In realta', l'appello non toccava il capo della sentenza di primo grado relativo alla domanda degli attori, ma esclusivamente il capo relativo alla statuizione accessoria sulle spese processuali; e questo capo riguardava esclusivamente il rapporto tra l'amministratore condominiale appellante e i condomini appellati, mentre tutti gli altri condomini, pure presenti (per quanto contumaci) nel giudizio di primo grado, erano ormai indifferenti all'esito della lite, essendo questa ridotta - si ripete - alla sola questione delle spese processuali, che era, si', mantenuta in vita dall'appellante, ma non nei loro confronti.
7. - I restanti motivi di ricorso sono inammissibili.
I ricorrenti, infatti, sono stati condannati alle spese (rectius, ai tre quarti di esse) del doppio grado anzitutto per la loro soccombenza - effettiva, non virtuale - in quanto autori di un'impugnazione di delibera assembleare inammissibile ab origine, e i giudici si sono dati carico solo in via subordinata e ipotetica (“anche volendo accettare la tesi...”, si legge, come si e' visto, nella sentenza impugnata) dell'eventualita' che fosse, invece, soltanto sopravvenuta la cessazione della materia del contendere, formulando per tale ipotesi specifiche considerazioni per giungere alla medesima decisione quanto alle spese.
Del resto, a conclusione della parte motiva della sentenza impugnata i giudici esplicitamente scrivono: - Le spese processuali dei due gradi seguono la soccombenza, ma giusti motivi ne consigliano la compensazione fra le parti nella misura di un quarto".
I ricorrenti con il secondo, il terzo ed il quarto motivo prendono in considerazione esclusivamente la tesi svolta dai giudici in via subordinata (per l'ipotesi di cessazione della materia del contendere), non anche la tesi principale, autonoma da quella.
La tesi principale e' presa in considerazione nel quinto motivo, con il quale i ricorrenti tentano di ribaltare il giudizio di soccombenza a loro carico formulato dai giudici di appello, ma lo fanno in maniera inammissibile, ossia senza darsi carico degli argomenti addotti da quei giudici, basati sul rilievo dell'inammissibilita' originaria dell'impugnazione della delibera assembleare per il carattere non definitivo di quest'ultima.
Essendo inammissibile la censura della tesi principale, anche le censure mosse alla tesi subordinata perdono quindi rilievo, in quanto certamente non decisive rimanendo stabile la convergente tesi principale.
8. - In conclusione, il ricorso va respinto.
Non vi e' luogo a provvedere sulle spese del  giudizio di legittimita', non avendo la parte intimata svolto difese in questa sede.  

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Cosi' deciso in Roma, il 11 dicembre 2008. Depositato in Cancelleria il 29 aprile 2009
 

 

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